Descrizione
Il monumento a Gabriele Pepe sorge in pieno centro a Campobasso, nella piazza che porta il nome del patriota, nel quartiere murattiano. È opera dello scultore Francesco Jerace, del 1913. Il palazzo della Banca d'Italia, con la facciata laterale leggermente curva, sembra quasi volerlo accogliere.
A chi era dedicato? Gabriele Pepe, nato a Civitacampomarano nel 1779, fu un militare, un letterato e un patriota molisano, tra i precursori del Risorgimento. La sua vita sembra un romanzo.
Il 19 febbraio 1826, a Firenze, sfidò a duello il poeta francese Lamartine, che aveva definito l'Italia «terra dei morti» in un poemetto. Il duello si concluse con un lieve ferimento al braccio del francese, e per Pepe con la fama di eroe.
Prima, era stato condannato a morte a vent'anni dopo la rivoluzione napoletana del 1799: la pena fu commutata in esilio. Raggiunse Marsiglia quando il padre era già morto, si arruolò con i francesi e il 10 maggio 1800 passò il Gran San Bernardo con Napoleone.
Combatté in Spagna dal 1807 al 1811, dove scrisse il diario militare Galimatias, e servì Giuseppe Bonaparte e poi Gioacchino Murat. Nel 1820, con i moti costituzionali, fu eletto deputato per il Molise.
Con la restaurazione fu arrestato di nuovo e mandato in esilio a Brünn, in Moravia, dal 1821 al 1823. Poi gli permisero di vivere a Firenze, dove frequentò Leopardi e Manzoni, entrò nel circolo Vieusseux e nell'Accademia dei Georgofili e insegnò storia e letteratura ai giovani delle famiglie nobili.
Tornato a casa nel 1836, nel 1848 fu nominato capo di stato maggiore della Guardia Nazionale. Il re gli chiese di guidare un nuovo governo e lui rifiutò: il ministero andò all'amico Troja.
Morì a Civitacampomarano il 26 luglio 1849, appena prima dell'ultimo mandato d'arresto borbonico. Fu sepolto con tutti gli onori in San Giorgio, ma un sacerdote sanfedista, un certo Bellaroba, ne disperse le spoglie.
A chi era dedicato? Gabriele Pepe, nato a Civitacampomarano nel 1779, fu un militare, un letterato e un patriota molisano, tra i precursori del Risorgimento. La sua vita sembra un romanzo.
Il 19 febbraio 1826, a Firenze, sfidò a duello il poeta francese Lamartine, che aveva definito l'Italia «terra dei morti» in un poemetto. Il duello si concluse con un lieve ferimento al braccio del francese, e per Pepe con la fama di eroe.
Prima, era stato condannato a morte a vent'anni dopo la rivoluzione napoletana del 1799: la pena fu commutata in esilio. Raggiunse Marsiglia quando il padre era già morto, si arruolò con i francesi e il 10 maggio 1800 passò il Gran San Bernardo con Napoleone.
Combatté in Spagna dal 1807 al 1811, dove scrisse il diario militare Galimatias, e servì Giuseppe Bonaparte e poi Gioacchino Murat. Nel 1820, con i moti costituzionali, fu eletto deputato per il Molise.
Con la restaurazione fu arrestato di nuovo e mandato in esilio a Brünn, in Moravia, dal 1821 al 1823. Poi gli permisero di vivere a Firenze, dove frequentò Leopardi e Manzoni, entrò nel circolo Vieusseux e nell'Accademia dei Georgofili e insegnò storia e letteratura ai giovani delle famiglie nobili.
Tornato a casa nel 1836, nel 1848 fu nominato capo di stato maggiore della Guardia Nazionale. Il re gli chiese di guidare un nuovo governo e lui rifiutò: il ministero andò all'amico Troja.
Morì a Civitacampomarano il 26 luglio 1849, appena prima dell'ultimo mandato d'arresto borbonico. Fu sepolto con tutti gli onori in San Giorgio, ma un sacerdote sanfedista, un certo Bellaroba, ne disperse le spoglie.